Valorizzazione della Ciliegia Ferrovia: tra passerelle politiche e concretezza internazionale

di Cav. Natalino Ventrella
Era il lontano 2003 quando nacque quella che molti definirono, la “mia”, una vera e propria genialità di marketing territoriale: l’iniziativa delle “Ciliegie in Parlamento”. All’epoca, grazie al coinvolgimento di autorevoli rappresentanti istituzionali, riuscimmo a portare un quantitativo enorme della nostra straordinaria varietà “Ferrovia” direttamente a Palazzo Madama per una degustazione senatoriale. L’obiettivo era chiaro, nobile e ambizioso, accendere i riflettori nazionali su un prodotto d’eccellenza della terra barese, un frutto unico ma perennemente penalizzato dalle difficoltà di mercato e dalla frammentazione commerciale.


Prima di entrare nel vivo del discorso, ci tengo a fare una piccola ma doverosa premessa, il mio intervento non è mosso da alcun interesse politico, né tantomeno da animosità personali verso qualcuno. Parlo a titolo personale, come libero pensatore e cittadino che ha a cuore il proprio territorio. L’unico, vero obiettivo di questa mia riflessione è aprire un dibattito serio, costruttivo e concreto, che possa servire da stimolo e da reale aiuto per i nostri produttori di ciliegie, un comparto che merita tutele, visione strategica e fatti concreti, ben oltre le logiche di partito. Alla fine, tutto resterà com’è, come diceva Lorenzo D.M. “Dica pur chi mal dir vuole, noi faremo e voi direte”.
A distanza di oltre vent’anni, “sono stordito dal niente che mi circonda”, quel traguardo fondamentale che auspicavamo – il riconoscimento del marchio DOP – non è purtroppo ancora stato raggiunto. Le cause sono sotto gli occhi di tutti, logiche di campanilismo sterile, miopia strategica e una diffusa ignoranza istituzionale che hanno frenato il riscatto definitivo della nostra filiera agricola. In tutti questi anni, diversi soggetti non hanno fatto altro che deprezzare il mio lavoro, copiarlo e riproporre la medesima iniziativa unicamente per alimentare il proprio ego personale e la propria visibilità.
L’esempio più lampante di questa miopia è la storia della De.C.o. (Denominazione Comunale di Origine). Fu approvata dal Consiglio Comunale proprio a seguito del mio forte impulso e della mia formale proposta, ma da quel momento è rimasta un’etichetta fantasma, una sigla morta sulla carta e mai realmente utilizzata, un’idea copiata. È stata ridotta al classico fumo negli occhi, un modo per sbandierare ai cittadini e alle aziende agricole che “qualcosa si stava facendo”, quando in realtà era un provvedimento del tutto privo di una vera progettualità e di risorse per tradurlo in sviluppo concreto.

Dalle inchieste e dalle denunce sindacali e datoriali (come Coldiretti, Cia e Confagricoltura), emerge che la crisi dell’agricoltura e della cerasicoltura nel barese non è legata a una mancanza di qualità, ma a nodi strutturali ed economici profondi. L’intero comparto è schiacciato da una forbice economica insostenibile, i costi vivi legati a carburanti, fitosanitari ed energia sono schizzati alle stelle, mentre i prezzi d’acquisto liquidati ai produttori all’origine subiscono crolli verticali (fino a quasi il 50% in meno per alcune varietà precoci). Questo squilibrio genera una speculazione spaventosa lungo la filiera, dove il prodotto viene acquistato a pochi centesimi nelle campagne baresi per poi subire ricarichi immotivati fino a toccare punte record di 20-23 euro al chilo sui mercati del Nord, come a

Milano. A frenare il settore è una frammentazione interna radicata, la frammentazione in piccolissimi produttori e l’eccesso di personalismi ostacolano una cooperazione unita e la creazione di grandi consorzi di tutela commerciali. Di conseguenza, le aziende locali non riescono a fare massa critica o a imporre prezzi minimi, lasciando campo libero alla concorrenza spietata di mercati esteri agguerriti (come la Spagna), che operano con costi di manodopera nettamente inferiori rispetto a quelli italiani e con aziende di dimensioni medie molto più vaste. La situazione è aggravata da una difficoltà strutturale nel reperire manodopera agricola e operai stagionali qualificati per le campagne di raccolta manuale. Le associazioni denunciano una pesante farraginosità burocratica e tempi legislativi troppo lenti rispetto alle stringenti scadenze climatiche della campagna agricola, penalizzando la regolarizzazione e l’integrazione tempestiva dei flussi dei lavoratori. Infine, pesa come un macigno la vulnerabilità ai cambiamenti climatici, la mancanza cronica di investimenti diffusi in sistemi colturali avanzati e coperture protettive moderne (teli anti-pioggia, sistemi antibrina) espone i raccolti a danni sistemici, come le gelate tardive primaverili che ciclicamente compromettono la produzione pugliese (che rappresenta circa il 30-40% di quella nazionale), lasciando le aziende senza tutele e sprovviste di coperture assicurative adeguate a causa di polizze dai costi ormai inaccessibili. A questi aggiungiamo anche i problemi di caporalato, immigrazione, la mancanza di agro-industria e simili e il puzzle è completato.
Di contro gli agricoltori si trovano a subire e non ad imporre, spesso si accontentano delle briciole, quando invece avrebbero dovuto – uniti in una associazione, una OP, un Consorzio forte e coeso – imporre loro un prezzo minimo di partenza per tutelare il valore del proprio raccolto. Sono ignorati dalla politica locale… a Roma non mi è parso di vedere nessun produttore di ciliegie, nessuna associazione Op, nessun sindacato, se sbaglio chiedo scusa in anticipo, purtroppo, mi sono lasciato ipnotizzare dai magnifici selfie. Chiedo scusa ancora! Il paradosso diventa ancora più evidente se guardiamo a pochissimi chilometri da noi, la vicina Sammichele di Bari ha ottenuto, da pochi giorni, l’IGP per la sua famosa “Zampina”, dimostrando nei fatti come una comunità unita, supportata da una progettualità seria e non dalle solite passerelle, sia capace di blindare un’economia locale forte, sviluppata e protetta dalle speculazioni commerciali. Da noi, invece, l’incapacità di fare sistema ci condanna all’immobilismo.

Signori, ma di che cosa stiamo parlando… Di fronte a questo scenario, che senso ha andare in trasferta a Roma a auto-incensarsi per il successo di una Sagra, quando per quello stesso prodotto non si è ancora stati in grado di ottenere il marchio DOP? Invece delle solite passerelle capitoline e degli slogan triti, ‘le ciliegie una tira l’altra’, ‘sono buonissime’, ‘rappresentano il cuore della Puglia’ e degli inutili selfie, bisognerebbe pensare a portare a casa tutele concrete per i nostri produttori. La bellezza non è una questione di forma, ma di luce (Victor Hugo).
La vera partita per il futuro e per il riscatto del Sud si è giocata invece sui tavoli dell’internazionalizzazione. Fatti e non passerelle! È per questo che ho scelto di essere a Bari, al Centro Congressi della Nuova Fiera del Levante, martedì 16 u.s., per partecipare attivamente a “Obiettivo Export – Imprese e territori del Sud Italia”. Un evento di altissimo profilo istituzionale – promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – focalizzato sulla crescita delle esportazioni e sullo sviluppo dei mercati esteri, con la partecipazione dello stesso Ministro degli Esteri. In questa cornice di assoluta concretezza, ho partecipato direttamente alle sessioni dei B2B, sedendomi ai tavoli di lavoro d’affari e affrontando un’agenda fitta di incontri bilaterali con gli esperti di ICE, SACE, SIMEST e Cassa Depositi e Prestiti (CDP), oltre che con le rappresentanze diplomatiche estere, come diverse Ambasciate. È qui, nel confronto serio per l’apertura di canali commerciali solidi e mercati alternativi, che si costruisce il futuro delle nostre imprese, offrendo alle aziende agricole risposte reali per scardinare i monopoli locali e l’isolamento economico.

Ritornando alla Sagra della Ciliegia “Ferrovia” di Turi, si è concluso da pochissimo sul nostro territorio questo tradizionale appuntamento. I comunicati ufficiali parlano di un’affluenza straordinaria, quantificata in ben 100.000 presenze provenienti da tutta la Regione. Agli organizzatori va un plauso sincero per l’impegno encomiabile e l’ottima riuscita logistica della manifestazione. Tuttavia, a mente fredda, è necessario analizzare i dati da una prospettiva prettamente economica e chiederci: dal punto di vista della sostenibilità e del bilancio sul lungo periodo, l’evento è stato un reale successo – tanto da essere celebrato persino nelle sale del Parlamento italiano – oppure i numeri nascondono un flop programmatico?
Incrociando i dati pubblicati sul sito ufficiale dell’evento, emergono discrepanze macroscopiche che mettono in dubbio la reale portata economica della fiera. Secondo le statistiche diffuse, durante la manifestazione sono stati venduti oltre “200 quintali” di ciliegie. Se proviamo a tradurre questa voce in termini di ricavo pro capite, il calcolo matematico restituisce un risultato paradossale.
Considerando che 200 quintali corrispondono a 20.000 kg e ipotizzando un prezzo medio di vendita generoso, pari a 10 euro al chilogrammo, otteniamo un fatturato complessivo stimato di circa 200.000 euro. Dividendo questo introito totale per i 100.000 visitatori dichiarati, la spesa media per singolo partecipante ammonterebbe ad appena 2 euro a testa.
Se l’obiettivo primario di una fiera di settore come la “Sagra della Ciliegia” risiede, come ampiamente decantato, nella valorizzazione commerciale e nella vendita diretta del prodotto ai visitatori, una spesa media di soli 2 euro a persona a fronte di centomila presenze configurerebbe l’evento come un fallimento economico insostenibile per i produttori locali.
Davanti a un simile scenario, le conclusioni logiche sono due: o siamo in presenza di un macroscopico errore di calcolo nella redazione dei comunicati stampa istituzionali – con una forte sottostima dei quintali effettivamente commercializzati –, oppure esiste un profondo divario strutturale tra il turismo di massa attratto dall’intrattenimento collaterale e il reale acquisto del prodotto tipico in fiera. Senza una corretta quadratura di questi dati, promuovere l’evento come un “successo da record” rischia di rimanere un esercizio puramente retorico.


Tutto questo fiume di gente non basta se poi, spenti i riflettori della festa, ci scontriamo con la dura realtà. Non abbiamo la DOP e questo dice tutto, non abbiamo ristoranti necessari a trattenere l’indotto economico, non c’erano azienda di confetture (marmellate), non c’era un info-point per i visitatori, non abbiamo i parcheggi per gestire strutturalmente il turismo, ecc. Senza servizi e senza tutele legali per il prodotto, anche l’evento più riuscito rischia di rimanere una cattedrale nel deserto che non sposta di un millimetro l’economia dei nostri agricoltori.

Per salvare la nostra agricoltura e valorizzare la nostra ciliegia non servono sfilate a Turi e a Roma; servono competenze, progetti, relazioni internazionali e nuovi mercati esteri, mettendo da parte il nostro Ego. Dove sono gli export manager??? Ma parliamone un attimo di questa parola corta ed emulativa che in alcuni assume forme grottesche. Se mettessimo da parte questo nostro maledetto ego, mettendo me pure al centro, capiremmo che se l’ego producesse energia taluni sarebbero uguali al Divino; purtroppo qui si produce solo fumo ed emerge l’inconsistenza nei selfie.
Proprio per questo, a differenza di chi cerca solo visibilità temporanea, restiamo a completa disposizione di tutti – cittadini, produttori e istituzioni lungimiranti – per avviare finalmente un vero confronto progettuale sul territorio. Il tempo della propaganda è finito, dove sono i fatti? Ultimo consiglio, almeno l’anno prossimo, fate circolare più foto del gentil sesso. Anche perché, se è vero che ‘la vanità è donna’, l’egocentrismo di certi uomini in cerca di visibilità sta seriamente superando ogni quota rosa!
Cav. Natalino Ventrella
L’articolo Valorizzazione della Ciliegia Ferrovia: tra passerelle politiche e concretezza internazionale proviene da Turi – La Voce del Paese.

