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Strage di Bologna – «Nessuno sa perché fosse in stazione» di Chimena Palmieri/foto

 

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​Gioia – La Voce del Paese 

di Giovanni Capotorto

Nel ricordo della strage alla stazione di Bologna il 2 agosto è stato presentato in piazza Rossini il libro di Chimena Palmieri «Nessuno sa perché fosse in stazione» (Tralerighe Libri), quinto appuntamento di «Storie di Piazza». Un testo che racconta le storie di sei delle 85 vittime dell’attentato, sei persone di cui si hanno solo notizie sommarie e nessuno sa perché quel giorno fossero in stazione. Sei storie romanzate, sei racconti in cui l’autrice ha provato a immaginare la loro vita, i loro pensieri, le ragioni che le avevano portate proprio quel giorno alla stazione di Bologna, ricostruite con delicatezza e rispetto, senza eccessi.

Chimena torna a Gioia dopo quattro anni, è infatti stata ospite il 19 gennaio del 2019 della rassegna letteraria di palazzo Romano “Domus verbum” con “Volevo Essere una Groupie”.

Hanno aperto la serata Vito Laudadio (chitarra) e Marco Lozito (voce e chitarra), che hanno curato la parte musicale insieme a Cristina Ferulli, con «Viva l’Italia» di Francesco De Gregori, un omaggio simbolico alle vittime e ai loro familiari. Raffaella Rizzi, presente in qualità di moderatrice, dopo aver ricordato le vittime della strage di Bologna, ha espresso la sua gioia per il ritorno di Chimena Palmieri nel nostro paese; una scrittrice di talento, ma per lei anche un’amica, vista la comune passione per Ligabue, a cui l’autrice ha dedicato due precedenti libri. Chimena Palmieri è nata nelle Marche, dove ha lavorato per 30 anni come Funzionario Amministrativo nell’Università di Ancona; dal 2016 si è trasferita presso la «Alma Mater Studiorum» di Bologna, andando a vivere a Correggio (RE). Ha scritto vari libri: l’esordio nel 1997 con la raccolta di racconti e poesie «Due mondi», seguito dal 2010 da «Sette notti con Liga», «Raval» e «Volevo essere una Groupie», presentato nel 2019 a Gioia presso Palazzo Romano.

UN OMAGGIO ALLE VITTIME DELLA STRAGE DI BOLOGNA

La data di questo incontro non è stata scelta a caso; si è voluto rendere omaggio alle vittime proponendo una ricostruzione alternativa delle vicende di alcuni di loro. «Nessuno sa perché fosse in stazione» è stato pubblicato nel 2020, in occasione del quarantennale della strage di Bologna, ma non è stato possibile presentarlo prima a Gioia a causa del Covid-19. La pandemia purtroppo ci ha privati nel 2020 anche della penna graffiante di Pino Scaccia, grande giornalista e inviato di guerra, che ha curato la prefazione, avendo conosciuto Chimena «all’alba del web, quando era ancora una ragazza piena di sogni». Il libro trae origine da un articolo pubblicato dalla giornalista Caterina Giusberti su Repubblica nel 2016, che riepilogava lo studio fatto dalla storica Cinzia Venturoli per ricostruire le storie delle 85 vittime e le motivazioni che le avevano portate quel giorno alla stazione di Bologna. L’articolo per sei delle vittime dopo poche righe di notizie anagrafiche chiosava «Nessuno sa perché fosse in stazione». Chimena Palmieri è partita da quella frase lapidaria, poi divenuta titolo anche di questo interessante lavoro, per provare a ricostruire, approfondire, seppur romanzate, le loro storie, ridare loro un’identità, una seconda possibilità per raccontarsi. Sono storie di fantasia, basate sui pochi dati storici disponibili, e l’autrice ha ammesso di aver riflettuto molto prima di intraprendere questo progetto, nel timore di poter risultare offensiva o riaprire vecchie ferite nei parenti e amici di quelle sei persone. Sette storie, in realtà, perché Chimena ha voluto aggiungere il racconto, totalmente inventato, di una persona che doveva essere a Bologna quel giorno e poi non c’era andata. Non risultava tra le vittime, tra i feriti, nessuno l’aveva vista a Bologna, anche se tutti sapevano che doveva essere lì. Potrebbe essere la storia di ciascuno di noi, di tutti quelli che in qualche modo cercano un cambiamento nella loro vita. In parte è anche la sua storia, una vita in cui parecchie volte ha avuto il coraggio di cambiare e ricominciare.

SETTE STORIE… INTEGRATE DA «THE DARK SIDE OF THE SOUL»

Nel libro questa settima storia si chiude in maniera ambigua, lasciando spazio a diversi dubbi e interpretazioni, a diverse possibilità, tanto che l’autrice, sollecitata dai lettori, ha dovuto scriverne un seguito. Un libricino di poche pagine intitolato «The dark side of the soul», distribuito in allegato al libro, unito artigianalmente da una cordicella che può fungere anche da segnalibro, come i libri di una volta. Una bella idea, che a mio parere fornisce solo una possibile risposta alle domande rimaste in sospeso per la settima storia, non necessariamente la migliore. Ogni lettore si sarà fatto una propria idea del finale della settima storia e probabilmente, se non coincide con quella stabilita dall’autrice, potrebbe provare una sorta di delusione. Come quando leggiamo il finale di un libro che non va come noi avremmo immaginato, quando il personaggio che ci piaceva tanto viene eliminato o il cattivo trionfa; a volte l’autore ci sorprende, a volte ci delude, a volte ci lascia nel dubbio. Prima di passare alle domande, in onore di Chimena e Raffaella, entrambe grandi fan di Ligabue, Vito Laudadio e Marco Lozito hanno proposto il suo brano «Il giorno di dolore che uno ha». Giovanni ha quindi letto la prefazione, curata da Pino Scaccia, che comincia con una bella citazione di Giovenale: «Nessun colpevole può essere assolto dal tribunale della sua coscienza». Scaccia ricorda che sulla strage di Bologna è stato detto ormai di tutto, esplorate innumerevoli piste. C’è stato perfino chi ha ipotizzato che l’obiettivo non fosse la stazione di Bologna, che la bomba sia esplosa per sbaglio mentre veniva portata altrove. Dopo oltre quarant’anni, dopo indagini articolate e complesse, bugie, depistaggi, etc, dopo tante parole ancora ci sono solo ipotesi sui mandanti e tanti dubbi sugli esecutori materiali di una strage che ha provocato la morte di 85 persone, di cui 76 italiani, e 200 feriti. Scaccia ha apprezzato la pista alternativa seguita da Chimena Palmieri. Di solito quando scoppia una bomba o cade un aereo si va alla ricerca dei miracolati, di coloro che per un soffio sono riusciti a salvarsi perché magari hanno fatto tardi e sono arrivati in stazione dopo le «10:25», orario della strage che resterà per sempre scolpito nella memoria di chi ha vissuto quel momento storico, anche solo dai giornali o dalla TV.

CROCEVIA DI VITE – IN STAZIONE PER CASO…

Chimena ha scelto una strada diversa, surreale, ricercando quelli che erano in stazione apparentemente per caso, senza una ragione, di cui nessuno sa perché fossero lì. Credo sia capitato a tutti di entrare in un luogo senza un motivo preciso, di seguire istintivamente un itinerario diverso da quello solito oppure girovagare per la stazione senza aver programmato di prendere il treno, solo per vivere quell’atmosfera magica, un non luogo dove si arriva e da dove di parte, un crocevia di vite differenti, punto di partenza, punto di arrivo, luogo dove fantasticare una vita diversa. «E può capitare che mentre stai lì, sonnecchiando, scoppia una valigia, messa sopra un tavolino per fare più male. Nessuno potrà mai immaginare perché eri lì.» Quando Scaccia accettò di scrivere la prefazione, per una felice coincidenza anche lui stava pubblicando con il lucchese Andrea Giannasi, direttore editoriale di «Tralerighe libri», un libro sul sacrificio dei soldati italiani nella campagna di Russia, cosa che ha facilitato i contatti. Lo aveva conosciuto per caso anni prima, grazie a un comune amico che aveva un negozio di dischi. Poi si sono ritrovati in giuria per la manifestazione «Racconti blu»; all’inizio hanno litigato, poi sono diventati amici, come spesso accade. Scaccia nella prefazione specifica che il libro di Chimena Palmieri non è un’inchiesta giornalistica, non mira alla ricerca della verità, ma cerca di ridare una dignità, una vita a persone per decenni dimenticate. L’autrice ha riflettuto anche sul concetto della stazione, intesa come «non luogo» in senso architettonico, un posto progettato solo per rispondere a delle funzionalità, a dei servizi, non adatto a soddisfare i bisogni reali delle persone. Nelle stazioni generalmente si sta per partire, per salutare qualcuno in partenza o per accogliere chi arriva, per incontrare altre persone o per andare a lavorare. Chimena è stata per un lungo periodo una pendolare e ricorda l’emozione, l’angoscia provata passando tutti i giorni davanti alla stazione di Bologna. Da un lato l’emozione. il dolore pensando alle 85 vittime, dall’altra il pensiero angosciante su quel che potrebbe accadere, pensare che «Se lo rifanno ancora potrei esserci anch’io». Come secondo brano musicale Vito Laudadio e Cristina Ferulli hanno proposto «Piazza Grande» di Lucio Dalla. Francesco ha quindi letto uno stralcio tratto dal primo capitolo, in cui l’autrice riflette sul legame tra il treno e il mutamento, su quanto spesso associamo questo mezzo di trasporto al concetto di sparire e cambiare vita. Molte persone nascondono segreti inconfessabili che li portano a fuggire. Piccole sparizioni che sfuggono ai più. Tutti indossiamo una maschera, abbiamo degli spazi in cui a nessuno è permesso di entrare. Spazi che in genere teniamo sotto controllo, ma a volte la bolla scoppia e quello spazio segreto si apre, facendo emergere qualcosa del nostro lato nascosto.

STRAGE DI BOLOGNA – FRAMMENTI DI VITE

Quel 2 agosto chi era in stazione aveva un motivo per essere lì, quasi tutti erano lì per fare qualcosa, prendere un treno, incontrare qualcuno, guardare la gente indaffarata, etc.; poi qualcosa è andato diversamente. Alcuni sono morti sul colpo, altri sono rimasti feriti, altri hanno cercato di ritrovare i loro cari dispersi in quella bolgia infernale. Chimena ha raccontato di aver cambiato vita molte volte; ha cambiato più volte casa, amore, lavoro, anche in maniera radicale. Quando le chiedono «da dove vieni?» ha difficoltà a rispondere. Può dire sono nata in quel posto, abito in quell’altro, lavoro in quell’altro ancora, etc., ma raramente riesce a declinare le cose insieme, riesce a dire, a capire dove sono davvero le sue radici. È sempre stato un cambiamento volontario, mai causato da eventi esterni o dalla volontà di nascondersi. Non ha mai voluto modulare la sua vita sulla benevolenza altrui. Ha provato più volte a cambiare vita per cercare di essere felice. «Nessuno sa perché fosse in stazione» vuole essere un rispettoso omaggio alle sei persone di cui si sa poco, solo nome e cognome e che quella mattina erano in stazione. Ogni capitolo si apre con il nome e una breve descrizione, quel poco che la storia è riuscita a ricostruire di ciascuno di loro. Un frammento da cui Chimena è partita per ricostruire la loro storia, la ragione della presenza in stazione di ciascuno di loro. Ha immaginato delle storie verosimili, porgendole al lettore con il massimo rispetto per la sofferenza dei loro familiari, una ferita ancora aperta per la mancanza di tante risposte sulle ragioni dell’attentato, sugli esecutori, sui mandanti, su tutti quelli che in più di quarant’anni hanno depistato, mentito, tenuto nascosta la verità. Sono sette storie inventate che lasciano un’immagine di speranza; per ognuno di loro ha immaginato un cambio positivo della qualità della vita.

SEI STORIE RECISE SENZA UN PERCHÉ

Nel brano letto da Andrea l’autrice racconta la genesi di questo libro. Per sua natura e per le letture che predilige avrebbe preferito raccontare storie cupe, ma ha avuto pudore di osare troppo per non aggiungere altro dolore ai familiari delle vittime. Nessuno potrà mai dire realmente cosa avessero davvero in mente, perché fossero lì quel giorno. E Chimena non voleva ferire la loro memoria, denigrare il loro ricordo. Ha scelto di raccontare delle storie verosimili, sei persone che cercano un cambiamento e un luogo, la stazione, che spalanca delle occasioni, che diventa punto di partenza o di arrivo. Ha cercato di ricostruire sei storie romanzate partendo dai pochi dati che abbiamo. Solo la settima è completamente inventata, qui ha potuto dare libero sfogo alla propria fantasia. Sei storie senza un perché, sei come i personaggi in cerca di autore di Pirandello a cui ha voluto dare un destino diverso, una seconda possibilità. Vite che restano recise, ma che nella sua fantasia sono tornate a vivere. Chimena ha confidato che Pirandello e Leopardi sono tra i suoi autori preferiti; in effetti queste storie hanno un sapore pirandelliano. Ha aggiunto che anche i personaggi dei libri che ha scritto finora non sono nati da lunghi ragionamenti, non sono stati costruiti a tavolino, come purtroppo oggi spesso si usa fare, puntando sulle possibilità commerciali piuttosto che scrivere storie valide, di un certo spessore. Spessore da non confondere con il numero delle pagine: ci sono libri stupendi che riescono a raccontare tutto per bene in poche pagine e altri voluminosi che avrebbero avuto bisogno di una vigorosa sforbiciata prima della pubblicazione. I personaggi dei suoi libri sono venuti a cercarla, le hanno chiesto di raccontare le loro storie, partendo da piccoli sprazzi della storia di qualcuno. Le sei persone stavano lì, in attesa che lei trovasse il tempo, gli stimoli giusti per raccontarli come persone, capisse come comunicare le loro storie attraverso la sua scrittura. Dopo aver letto l’articolo che citava il lavoro storico della prof.ssa Cinzia Venturoli, ogni volta che passava da Bologna Chimena pensava a quelle sei vittime «senza storia», a chi fossero davvero queste persone morte in stazione, ma di cui non si sapeva niente. Forse questo pensiero ha acceso la sua immaginazione, spingendola a provare a ricostruire una «storia possibile», anche se non reale, provare a dare uno spessore, una forma a queste vite spezzate, private anche del ricordo. Probabilmente un altro autore leggendo lo stesso trafiletto lo avrebbe ignorato o interpretato in maniera diversa. Per fortuna nostra lei ha voluto imbarcarsi in questa impresa non semplice, peraltro con ottimi risultati. Nella sua ricerca probabilmente ha influito anche la sua passione per Pirandello, che ammoniva «incontrerai tante maschere e poche persone». In effetti tutti noi a volte ci nascondiamo, indossiamo una maschera per nascondere quello che siamo o mostrarci come gli altri ci vorrebbero. Dopo un nuovo intermezzo musicale con «Revolution» di Tracy Chapman, cantato magistralmente da Cristina Ferulli, accompagnata da Vito Laudadio e Marco Lozito,

IL TEMPO… Cronos E Kairos

Ileana ha letto l’inizio della prima storia, quella di Irene Breton, orologiaia svizzera, in cui l’autrice ha inserito anche alcune riflessioni sul tema del tempo. Irene riparava orologi e ogni giorno qualcuno ne portava uno da rimettere in moto, districandosi con precisione e pazienza tra gli ingranaggi. Il tempo un tempo era considerato importante, era un concetto solido, da riempire. L’orologio scandiva le ore, dava un ritmo alla vita, alle giornate. Ed era considerato un oggetto importante, da custodire con cura. Oggi invece è solo uno dei tanti accessori «usa e getta», ha perso il valore anche simbolico, di status symbol che aveva fino a qualche anno fa. Un cliente per caso un giorno le chiede cosa fa nel tempo libero e Irene si rende conto di non sapere cosa rispondere, che forse non sta usando il suo tempo nel modo migliore. Da qui parte il desiderio di un cambiamento.

Nel libro il tempo è anche un protagonista minaccioso. Tutti i personaggi nel finale del capitolo dedicato loro guardano l’ora e pensano di avere ancora tanto tempo. Un monito per tutti noi, per ricordarci che comunque il nostro tempo è limitato, anche se per fortuna «nessuno conosce il giorno e l’ora». Guardare l’ora, vedere quanto manca alle «10:25», ora dell’esplosione indelebilmente marcata nell’orologio della stazione, innesca nel lettore un silenzioso conto alla rovescia, la consapevolezza di quanto tempo ancora ognuno di loro aveva da vivere. Tutti cerchiamo di vivere pienamente, ma con responsabilità, senza sapere quando arriveranno le nostre «10:25», quando la nostra storia sarà sul punto di finire e non avremo più tempo. Chimena ha fatto anche una breve digressione sul concetto di tempo, che i Greci individuavano con due termini distinti: «Cronos» (il tempo quantitativo che spesso riteniamo infinito) e «Kairos» (il tempo qualitativo), l’occasione da cogliere, quella che devi afferrare appena ti passa davanti. Molte persone invece vivono in attesa di qualcosa e si perdono la quotidianità. Tutti i personaggi del libro mentre guardano l’orologio pensano a quello che faranno dopo, programmano il loro futuro. Non poteva mancare una citazione sul tempo tratta da un brano di Ligabue «A chi decide di ammazzare il tempo e il tempo invece servirebbe vivo» (Chissà se in cielo passano gli Who). A seguire Marco Lozito ha cantato «Mad World», cover di Gary Jules dell’omonimo successo anni `80 dei «Tears for fears», resa celebre dalla colonna sonora del film «DonnieDarko». Valentina ha letto il capitolo dedicato a Maria Angela Marangon, contadina di 22 anni della provincia di Rovigo, la più piccola delle sei persone di cui non si sa perché fossero in stazione. La ragazza guardava i libri esposti nell’edicola della stazione, incantata come un bambino davanti a un nuovo giocattolo. Amava leggere, soprattutto le storie d’amore; in ogni storia d’amore c’era sempre una stazione, qualcuno che partiva o arrivava, gli amanti che si salutavano, si abbracciavano, si rincorrevano, si ritrovavano. Nella sua mente quello era il luogo dove si vivevano le storie d’amore. C’era una stazione anche nel suo paese, ma era piccolina, una stazione di campagna e non accadeva mai niente di emozionante. Per questo aveva deciso di andare a vedere la stazione di Bologna perché lì, nelle stazioni delle grandi città si vivevano le storie d’amore.

LA STORIA DI MARIA ANGELA MARANGON

Chimena Palmieri durante la pandemia ha presentato il libro online insieme alla prof.ssa Cinzia Venturoli, la storica dell’Università di Bologna che ha svolto la ricerca sulle vittime della strage alla stazione da cui è nata l’idea del suo libro. In quella presentazione a distanza, priva di contatto umano, hanno partecipato anche alcuni dei familiari delle vittime, tra cui il papà di Maria Angela Marangon, contento che qualcuno si fosse messo a cercare notizie su sua figlia, che qualcuno avesse cercato di raccontare la sua storia. I familiari restano sempre in attesa di una notizia, di un conforto, di una parola che aiuti a ricostruire quel che era accaduto realmente. Secondo la sua ricostruzione la giovane figlia era andata a Bologna per cercare una casa, dopo aver trovato un lavoro come baby sitter. Il piccolo sogno di indipendenza di una ragazza che si sentiva stretta nel suo paese, non vedeva sbocchi se non andare a lavorare lontano. I ventiduenni degli anni `80 erano molto diversi da quelli di oggi, avevano altri sogni, altre aspirazioni, altri progetti per la loro vita. Anche lei vedeva la stazione come un luogo di speranza, un luogo di cambiamento, come nei film, un posto da cui passare per andare a cercare la propria occasione, andare incontro al proprio futuro. La speranza è anche il tema del settimo racconto, totalmente inventato, che non si adagia su persone reali. Chimena Palmieri ha immaginato che tutte le sei persone protagoniste dei racconti quel giorno non dovessero essere a Bologna, ma poi per qualche oscura ragione vi fossero andati. La settima protagonista, di cui non si fa mai il nome né nel racconto, né nelle pagine aggiunte come «sequel», invece doveva essere lì, dopo aver festeggiato il giorno prima con il fidanzato e i suoi amici la partenza per un anno di Master in una prestigiosa università oltreoceano. Partenza il 2 agosto da Bologna, poi in treno fino a Milano e da lì in volo per gli Stati Uniti. Tutto programmato con cura, solo che la ragazza a Bologna non era mai arrivata e nessuno sapeva dove fosse. I familiari l’avevano cercata invano per giorni tra i morti e i feriti, immaginando mille ipotesi. Solo a fine libro si intuisce perché non fosse in stazione quel giorno, un finale aperto che non ha soddisfatto completamente i lettori, spingendo l’autrice ha scrivere un seguito. È una delle poche cose belle dei social, la possibilità di mettersi in contatto con i propri autori preferiti, chiedere spiegazioni, fornire suggerimenti, in un rapporto amichevole che scavalca le tradizionali barriere. Un mezzo che non tutte le autrici e gli autori adoperano sempre in maniera corretta, a volte per timidezza, a volte per mantenere comunque una certa distanza, farsi desiderare.

LA SETTIMA PROTAGONISTA È… SALVA!

Dal finale «ufficiale» di «Nessuno sa perché fosse in stazione» emerge che la ragazza si è salvata perché ha scelto di non essere in stazione quel giorno. Spesso le persone si pongono davanti agli altri non come sono realmente, ma attraverso una maschera, si mostrano come gli altri vorrebbero che fossero, finendo per assecondare i loro desideri, i loro sogni. E lei ha scelto di fare diversamente. Evito di fare riferimenti alla storia narrata nel sequel «The dark soul of the soul», che ho volutamente scelto di leggere solo dopo la stesura di questo articolo per evitare di anticipare troppo. Mentre i familiari piangono le lacrime del giusto per i loro cari ci rendiamo conto che per i sei personaggi dei racconti non si riesce a trovare un perché, a capire le ragioni della loro presenza.

Allo stesso modo per la protagonista della settima storia si comprende che non era lì, ma si ignora la ragione della sua assenza, esplicitata solo nel sequel. Non sappiamo perché le persone scompaiano: a volte per costrizione, a volte per scelta, per inseguire i propri sogni, trovare una vita migliore, etc., spesso senza preoccuparsi di chi resta. Al termine della serata l’assessore alla cultura Lucio Romano ha rivolto un breve saluto a Chimena Palmieri, già ospite in passato di Palazzo Romano, ringraziando i presenti per la partecipazione che ha permesso di celebrare in maniera discreta questa triste ricorrenza. Dopo aver ricordato i prossimi appuntamenti di «Storie di Piazza» e l’incontro per i 30 anni della comunità terapeutica «Fratello Sole», ha consegnato alle protagoniste un mazzo di fiori, allestito con la consueta creatività da Germana Surico, cogliendo l’occasione per omaggiare anche Marica Laudadio, a cui nel precedente incontro non aveva potuto donarlo e ringraziato i lettori della Comunità «Fratello sole» e la loro coach, la dott.ssa Donatella Giordano. Per concludere la serata Vito Laudadio, Marco Lozito e Cristina Ferulli hanno cantato «Generale», storico brano di Francesco De Gregori. [Foto Mario Di Giuseppe]

 

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