Alimentari. Aumenti del 100% in sette giorni: chi controlla i pirati del carrello della spesa?
Fare la spesa al supermercato o al discount sta diventando, settimana dopo settimana, un’esperienza al limite del grottesco. Chi è abituato a riempire il carrello ogni sabato pomeriggio si ritrova ormai di fronte a sorprese vergognose e insostenibili: prodotti di prima necessità i cui prezzi raddoppiano da un giorno all’altro. Non si parla di inflazione fisiologica o di lievi ritocchi, ma di incrementi anche del 100% nel giro di sette giorni su beni primari come frutta, verdura e carne preconfezionata. Se persino la grande distribuzione discount – da sempre scudo e rifugio per le famiglie a basso reddito – capitola di fronte a queste impennate, la situazione nei supermercati tradizionali rischia di assumere contorni drammatici.
Ci si chiede legittimamente da dove nascano speculazioni così aggressive e chi sia la mano invisibile che attuaquesti aumenti senza apparente freno. Il sospetto latente, avvalorato dalle dinamiche della filiera agroalimentare, è che l’anello intermedio stia di nuovo scaricando l’intera catena dei costi sull’ultima ruota del carro: il consumatore finale.
Intermediari e distributori non si limitano a trasferire i rincari di logistica ed energia, ma colgono l’occasione per applicare ulteriori margini di guadagno, certi di una sostanziale assenza di controlli istituzionali o penali efficaci contro l’arbitrarietà dei prezzi.
L’impatto sociale di questa deriva si traduce già in nuove abitudini d’acquisto surreali: la spesa al chilo lascia sempre più il posto alla vendita “a pezzo”. Si acquista una singola mela, una sola melanzana, una banana contata, quasi a voler contenere un’emorragia finanziaria domestica altrimenti inarrestabile. Questo modello di sviluppo e di speculazione rischia però di soffocare proprio il mercato da cui trae sostentamento: erodere del tutto il potere d’acquisto dei pensionati al minimo, del ceto medio e dei lavoratori a busta paga fissa significa spingere un’intera fascia di popolazione verso la povertà assoluta e guidare il settore verso un inevitabile default per crollo della domanda.
A fronte di un tale collasso sociale, occorre ripensare la catena distributiva a monte. Sarebbe urgente una presa di posizione forte da parte dei produttori agricoli: organizzarsi in associazioni stabili per promuovere la vendita a chilometro zero capillarmente in ogni rione, quartiere e paese, saltando la filiera parassitaria degli intermediari. Senza risposte istituzionali concrete di tutela dei prezzi e con stipendi e pensioni tragicamente fermi al palo, il settore rischia di spezzare definitivamente l’equilibrio del paese. La domanda, a questo punto, s’impone con urgenza: dove si vuole davvero arrivare?

