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VERTENZA E CRISI NATUZZI: IL MALATO TERMINALE! ​

 

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La diagnosi è CHIARA, ma qualcuno continua a dire che il paziente sta bene. Da anni Natuzzi si presenta come un’azienda in convalescenza, impegnata in una lunga riabilitazione industriale. Ma gli accordi sottoscritti mostrano un quadro clinico ben diverso: non siamo davanti a un paziente che lotta per guarire, ma a un malato terminale che continua a negare la gravità della sua condizione. E allora la domanda. quella che nessuno vuole pronunciare apertamente. è inevitabile: Natuzzi sta davvero cercando una cura o sta solo preparando il terreno per l’ultimo atto? Certo è che è evidente che gli accordi di ieri sono un protocollo terapeutico che non cura nulla. Sul tavolo sono stati messi strumenti che, in un’azienda sana, servirebbero a gestire una fase temporanea di difficoltà. Ma qui la difficoltà non è temporanea: è strutturale. Perché? Semplice! La Cassa integrazione straordinaria è come stampella per un calo produttivo (che vale solo per i lavoratori di casa nostra) che non accenna a risalire. Riorganizzazioni interne che sembrano più spostamenti cosmetici che veri interventi chirurgici. Politiche attive esternalizzate che rischiano di trasformarsi nell’anticamera dell’espulsione dal ciclo produttivo. Impegni di rilancio privi di cifre, scadenze, investimenti verificabile. Quindi di che parliamo? Di un accordo che parla molto, ma dice poco. Un documento che promette “percorsi”, “valutazioni”, “prospettive”, ma evita accuratamente ciò che davvero conta, ossia numeri, tempi, responsabilità. E diciamolo la narrativa aziendale non coincide con i fatti. La parte più inquietante non è ciò che l’azienda dichiara, ma ciò che omette.

La newco Natuzzi Industrial srl, nata con capitale minimo, continua a essere un enigma. Perché creare una scatola così fragile per gestire un pezzo così strategico del gruppo? E poi perché non nominarla in quest’ultima trattativa? La contrazione produttiva viene attribuita al mercato, ma nel frattempo Natuzzi investe in aree extra-UE, dove il costo del lavoro è più basso e il controllo sindacale inesistente. Per non dimenticare l’impero che si sta mettendo in piedi in Medio Oriente. Le richieste di sacrifici ai lavoratori aumentano, mentre la trasparenza diminuisce. È come se il paziente chiedesse ai familiari di fidarsi, mentre nasconde gli esami clinici nel cassetto. Il dubbio sulla buona fede nasce dal non dichiarato, ma impossibile da ignorare. Nessuno lo dice apertamente, ma tutti lo pensano.

Gli accordi firmati ieri sembrano costruiti più per guadagnare tempo che per invertire la rotta. Il temine che balza ai livelli neurali è LICENZIAMENTI! La sensazione, sempre più forte, è che Natuzzi stia preparando un percorso già scritto, fatto di: e che si vocifera da fine 2025, e cioè riduzione progressiva della forza lavoro, esternalizzazioni mascherate da “politiche attive”, trasferimento silenzioso di know-how e produzione altrove con lo svuotamento graduale degli stabilimenti storici.

E allora la domanda diventa inevitabile: siamo davanti a un piano industriale o a un accompagnamento verso la fine?

Il malato terminale che non vuole essere dichiarato tale di fatto sembra la narrazione aziendale parla di “rilancio”, “innovazione”, “riorganizzazione”, ma dai numeri, dagli stabilimenti, dai lavoratori è un’altra: un’azienda che sopravvive a colpi di ammortizzatori sociali, senza un vero progetto industriale. In soldoni Il malato terminale non è tale perché non può guarire, oltre ad essere tale, perché non vuole ammettere la malattia. E finché la diagnosi resterà nascosta, ogni accordo sarà solo un sedativo. Ogni promessa, un analgesico. Ogni tavolo, un rito di accompagnamento verso la morte di una realtà che si è reincarnata all’estero. Con lei si porterà sia le risorse sia i peccati di coloro che avrebbero dovuto vigilare sull’applicazione dei piani industriali precedenti, soprattutto quello di dieci anni fa circa.

 

 

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