“Ad averlo, il tempo per un sigaro” di Marco Lozito al Circolo Unione
Presentare un libro e il suo autore solo attraverso parole, letture sceniche e musica, trasformandolo in una spettacolare performance artistica, è una audace sfida che solo Marco Lozito con “Ad averlo il tempo per un sigaro” poteva accettare. Ad ospitare il 20 marzo, alle 18.30, l’evento sarà il Circolo Unione, presieduto da Romolo Di Brino. Una iniziativa organizzata con l’associazione “Il Faro”, Maria Teresa Tracquilio e Rosanna Renna. In scena il Collettivo radicAmare – Toni Bia, Luca Cardetta e Mirea Milano – e un ensemble d’eccezione composta dallo stesso autore, Anna Maria Longo, Gaia Lasala, Francesco Leo e Antonio Marazia.
“Ad averlo, il tempo per un sigaro. Racconti a partire dalla realtà” (Fides Edizioni – Gruppo Les Flaneurs) è la terza “creatura letteraria” di Marco Lozito, scrittore, musicista e cantante dagli eclettici talenti, in tour da fine agosto e finalmente approdata anche a Gioia in questa insolita e provocante modalità interpretativa. Diciotto racconti che sfiorano la vita quotidiana con leggerezza e profondità, ironia e consapevolezza, che ci invitano a rallentare, a guardarsi attorno e dentro, a “trovare” tempo per “dedicare” tempo: a sé stessi, agli altri, alla bellezza delle piccole cose.
Marco, dopo aver scritto due romanzi con storie “intere” – “Testardo come un frigorifero” e “Bizzarro questo mondo libero” – cede al fascino dei racconti brevi. Ed ogni racconto è scheggia dello specchio di una umanità andata in frantumi. Non a caso ci muoviamo anche nella realtà tra paradossi che rasentano il tragicomico. Con una penna affilata e priva di retorica, Lozito si immerge nel caos dei nostri giorni, un’epoca ipertecnologica dove siamo costretti a dimostrare a una macchina di non essere robot, mentre voci metalliche e invisibili si intrufolano persino nelle chiacchiere più intime davanti a un caffè.
Eppure, in questa confusione, sembra essersi smarrita la capacità di comprendere il valore della resa: l’accettazione profonda di sé, anche nella sconfitta, e quel gesto rivoluzionario che consiste nel sorridere e stringere la mano a chi ci sta di fronte, fosse anche il nostro avversario. Il racconto di queste vite affannate ci spinge a sorridere di noi stessi, ricordandoci quanto il tempo sia prezioso e circolare, tanto da condannarci a una solitudine che dilaga proprio mentre crediamo di essere più connessi che mai. In questo scenario, dimentichiamo spesso che la vera urgenza è la capacità di “esserci” davvero per le persone che camminano al nostro fianco.
In questo mondo sbandato, l’autore ci riconsegna però una bussola preziosa: l’idea che l’imperfezione, il ritardo o la sbadataggine siano in realtà le nostre uniche vie di fuga verso l’autenticità. Essere sé stessi, con tutte le proprie fragilità, è l’unico modo per sentirsi finalmente adeguati. A volte basta davvero poco, una telefonata, una pacca sulla spalla, per riaccendere quella scintilla umana che la tecnologia rischia di soffocare. L’alternativa è un rischio troppo alto da correre: quello di lasciarsi sfuggire l’infinito che ci abita e di restare ciechi di fronte alla bellezza nascosta che portiamo dentro, oscurata dal timore costante di non essere mai all’altezza. Attraverso uno stile che fonde saggezza e leggerezza, l’autore ci regala una lettura profonda, un invito gentile a fermarsi per ritrovare, finalmente, la meraviglia nascosta nelle pieghe del quotidiano.

